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Yorick Editore – Morgana Mazzù – “Andreios lo straniero”

I
Andreios aprì pian piano gli occhi
Andreios aprì pian piano gli occhi lottando a fatica contro il sonno.
Aveva sentito suo padre svegliarsi e aprire la porta e, nonostante sapesse benissimo che lui non avrebbe approvato, scese dal suo lettuccio e si nascose dietro lo stipite per seguirlo.
Ipparcos era un uomo forte e coraggioso, pensò il piccolo Andreios osservando suo padre che, come ogni mattina, aspettava il sorgere del sole guardando lontano l’orizzonte sfumato per cercare di riuscire, così gli aveva detto un giorno, a vedere la sua città, la sua Sikelìa e Messene oltre l’infinita distesa del mare; ma tutto ciò che ogni volta si presentava alla sua vista era il profilo netto e prossimo dell’isola di Salamis e la vastità di Athenai, che si prolungava fino alla costa con il suo grande porto.
Ipparcos e la sua famiglia erano degli stranieri e questo Andreios lo sapeva benissimo, tuttavia sapeva anche che quel giorno era diverso perché a suo padre erano stati riconosciuti, ed era un caso davvero eccezionale, grandi onori dalla pòlis e quella mattina si sarebbe presentato davanti all’Assemblea perché fosse noto a tutti!
“Ti ho visto!” Nel sentire la voce di suo padre Andreios rimase immobile e comandò al suo respiro di non fare rumore.  Ipparcos si chinò sul capo ricciuto di suo figlio, sorrise e lo prese in braccio.
“Buon giorno piccolo mio, ti sei alzato presto oggi…” “Si…”, fu la timida risposta del bambino.
“Non mi saluti stamattina?”, Ipparcos chiuse gli occhi e porse la guancia ad Andreios che, ridendo, abbracciò suo padre e lo baciò senza preoccuparsi della barba ispida e bruna.
Eirenè si avvolse nel suo leggero himation di lino azzurro, oltrepassò l’uscio e si protese verso il bambino che, senza pensarci, si gettò tra le sue braccia.
Ipparcos gioì nel profondo del suo cuore vedendo la serenità di sua moglie e di suo figlio per la quale aveva sopportato enormi fatiche e non negava di essere stato colto, di tanto in tanto, dal rimpianto per una casa, forse abbandonata con troppa leggerezza e nessun altrettanto valido motivo. Ma tutti i pensieri ed i dubbi sparivano, annullati dal sorriso innocente di Andreios e dai profondi occhi di Eirenè.
“Non dovresti prenderlo più in braccio in questo modo”, disse, “potrebbe farti male…”.
Sua moglie sorrise, un leggero alito di vento giocava con la sua chioma bruna che si agitava sciolta sulle spalle.
“Una madre non può non abbracciare suo figlio”, rispose lei serenamente, “ed io lo farò fin quando quest’altro bambino me lo concederà”, e rientrò in casa, con un figlio in braccio e l’altro in grembo.
Qualcuno bussò alla porta, Ipparcos si alzò dal suo sgabello di legno e, con il suo bambino attaccato alla gamba, andò ad aprire.
“Allora sei pronto?”, Agorakritos gli diede una robusta pacca sulle spalle.
“Certo…”, rispose lui, esitando.
Andreios osservò quell’uomo entrare in casa. Di lui aveva avuto sempre un po’ paura nel vederlo tanto grande e importante, così si strinse di più alla gamba di suo padre.
“Quasi non ti riconoscevo più”, Agorakritos prese con la sua grande mano il mento del piccolo, “sei cresciuto!”, disse, ma lui si nascose aggrappato alla veste di Ipparcos.
“Dobbiamo andare piccolo mio…”
Andreios si lasciò prendere dalla mano di suo padre che, delicatamente, sciolse il suo abbraccio; poi, affacciandosi timidamente alla porta, il bambino lo seguì con lo sguardo fin dove gli fu possibile, mentre il sole inondava di luce le vie di Athenai.
II
L’agorà era gremita di gente
agorà era gremita di gente, che si affollava ai lati della grande strada dove la processione delle Panathenaia scorreva lentamente.
Portando una grossa hydrìa sulle spalle, il giovane Andreios camminava, cercando tra la folla lo sguardo di suo padre che, da lontano, lo guardava, braccia conserte e un mezzo sorriso a tradire l’orgoglio, nel vedere il suo ragazzo partecipare alla festa solenne, alla vita della città.
Accanto a lui, che immobile seguiva il lento andare del drappo della Dea, Eirenè e Dike sorridevano al caldo sole estivo e all’aria salmastra che, a tratti, giungeva dalla costa.
Imponente sulle loro teste, incombeva il profilo frastagliato e roccioso dell’Acropolis, con il nuovo grande tempio di Athena, splendente di luce cristallina, come fosse nato da una colata d’oro fuso! I canti sacri ed i versi sfuggenti dei gabbiani si confondevano riempiendo l’aria.
Com’era bella Athenai! Pensò in silenzio Ipparcos, tra il vociare festante e noncurante della folla che gli passava accanto, era la città più grande e bella di tutte le terre abitate, meta di artisti, filosofi, poeti… e il suo richiamo era tanto forte che nemmeno un semplice artigiano, com’era stato lui un tempo, era riuscito a ignorarlo!
Il sole era già tramontato da qualche ora e il sacro fuoco era già stato acceso sull’altare di Prometheus dai giovani corridori che, partendo dalle mura, avevano attraversato tutta la città con le fiaccole.
Ipparcos richiuse la porta alle sue spalle, una lieve ma piacevole stanchezza già gli mordeva le membra.
Rimase ancora un attimo ad ascoltare le voci in strada e, con la calma che gli era sempre stata naturale, si avviò verso il giaciglio.
“Padre…”, la voce di suo figlio lo fermò davanti alla porta.
“Non sei rimasto fuori con gli altri?”, chiese sorpreso Ipparcos.
L’altro scosse il capo,
“Non ne sentivo il bisogno!”, rispose sollevando leggermente le spalle.
“Non ne sentivi il bisogno? Figliolo alla tua età è solo questo ciò di cui hai bisogno!”, rise dolcemente e poi tacque incrociando lo sguardo del ragazzo, “Ti ascolto Andreios!”.
Si sedettero nel piccolo cortile interno illuminato dalla pallida luce bianca e quasi diafana di una solitaria luna piena.
“Ho compiuto vent’anni padre…”,
“Questo lo so benissimo Andreios…”, la voce di Ipparcos era bassa e rassicurante, quasi già consapevole di ciò che suo figlio avrebbe detto,
“Alla mia età i giovani ateniesi hanno già imparato a essere soldati, sono cittadini…”, guardò suo padre in attesa di una risposta, che non venne, “ed io invece sono costretto a guardarli, a sentirmi sempre escluso e diverso!”
“Tu sei escluso e sei diverso, Andreios!”, Ipparcos pesò attentamente ogni singola parola, senza scomporsi, “Non ti piace qui?”, chiese piano.
Il giovane abbassò lo sguardo,
“Si…”, rispose in fine, “non ho mai conosciuto un’alternativa ma…sì, sono felice dove mi trovo!”
“Hai ricevuto la migliore istruzione, un’ottima educazione, hai imparato a pensare con la tua testa, a essere apprezzato per ciò che vali”, un lieve sospiro uscì dalle sue labbra, “non è altro che il prezzo da pagare per tutto questo!…Ma ne vale la pena…”.
Ipparcos sorrise quasi amaramente, poi chinò il capo, mentre la luna illuminava d’argento il primo grigio, che già compariva tra il nero intenso dei suoi capelli.
“Credi che io non abbia mai desiderato essere come gli altri?” continuò con calma “A nessuno piace la parte dello straniero…”, guardò suo figlio e sorrise piano, “imparerai che non è questo ciò che conta!”.
La notte era calda e ormai quieta, solo i grilli frinivano nascosti tra il verde, mentre il cielo limpido straripava di stelle.
“Perdonami…”, Andreios si rivolse a suo padre dopo un lungo silenzio, “non era mia intenzione turbarti.”
“Non mi hai turbato ragazzo mio”, rispose lui alzandosi dallo sgabello di legno, “non è sbagliato ciò che dici…”, fece per andare via, “e sei ancora troppo giovane per giudicare con lucidità! Buona notte figliolo.”
“Buona notte padre!”

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